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Stage di Kali Kalasag e Seni Silat Sendeng a Roma

Seminario misto di Kali Kalasag e Seni Silat Sendeng, condotto rispettivamente...


Stage di Kali Kalasag a Fagnano Castello (CS)
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Stage di Kali Kalasag a Bari
Stage di Kali kalasag a Bari sabato 17 aprile.
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A.S.D. Acorp Roma
Kali kalasag
Il Kali Kalasag è un’arte marziale di origine filippina fondata dal Maestro Vito Lettieri.
Essa basa il suo sistema sullo studio di armi: lame tradizionali (bolo, barong, kampilan ecc.) che in allenamento vengono sostituiti dai più comodi bastoni di rattan di 70 cm, da usare singolarmente o in coppia.
L'uso del rattan serve per preservare le articolazioni e i tendini dalle violente vibrazioni dei colpi. Lame corte (coltello, balisong, karambit), sibat (bastone lungo che riproduce la lancia), dos manos (bastone medio), ascia, tabac-malit (micidiale bastoncino da palmo) e spada e daga (un'arma lunga e una corta).

Si studiano gli angoli di attacco che sono 14 e i relativi disarmi, ed inoltre si impara ad avere la percezione del contatto con altrettanti esercizi di sensibilità chiamati hubud lubud. Per apprendere meglio le combinazioni dei colpi sia in attacco che in difesa vengono insegnati i kabisidado (più conosciuti nell'arnis o escrima con il termine spagnolo abacedario o sumbrada), sequenze di attacchi e difese che simulano una fase del combattimento. I kabisidado nel Kali Kalasag sono 10+10 bis.
Dallo studio delle armi si imparano i principi fondamentali del sistema dando estrema importanza al corretto modo di muoversi rappresentato dai triangoli (maschile, femminile, neutro, ritirada, urong-sulong). Essi rappresentano il nocciolo fondamentale di tutto il sistema, nessuna tecnica-principio-movimento sia armato che a mani nude, in piedi o a terra può essere eseguito correttamente se non è stato concepito a fondo l'uso dei triangoli. Per poter meglio affinare questi movimenti e per saperli coordinare al meglio con le varie sequenze di attacco e difesa vengono fatti degli esercizi a vuoto schematizzati chiamati "bituin", che vuol dire "stella" in filippino, e cioè ci si muove nelle direzioni dei punti cardinali come se si fosse al centro di una stella. Una volta acquisita scioltezza e fluidità nei movimenti, ci si muove in una forma più libera, senza schemi, come in una danza chiamata appunto sayaw, che veniva fatta dai filippini per nascondere le tecniche di combattimento ai loro invasori. I triangoli non sono soltanto un modo per muoversi, ma insegnano a cedere, ad usare il corpo nella giusta posizione per poter finalizzare una tecnica e sentire la forza dell'avversario usandola a proprio vantaggio (un principio comune a molto altre arti marziali). E' un concetto molto simile ad alcune teorie taoiste e non, in particolare dello yin e yang, ma è una pura coincidenza, il kali non fa riferimento a nessuna filosofia particolare.
Dai principi acquisiti con lo studio delle armi si passa al settore mani nude. Durante le battaglie, i guerrieri potevano perdere l'arma, tutto ciò non poteva compromettere l'esito dello scontro, e combattere disarmati non doveva essere un limite perchè nel kali la vera arma è il nostro corpo. Un bastone, un coltello, un machete sono oggetti che rappresentano un prolungamento delle nostre braccia, perderli non dovrebbe rappresentare un problema. Le nostre "armi naturali" (pugni, gomiti, ginocchia, calci) hanno le stesse caratteristiche di una qualsiasi altra arma: posso spaccare, tagliare, uccidere. Ed in più hanno una sensibilità maggiore, riuscendo a "sentire" maggiormente la forza dell'avversario grazie anche al lavoro con le armi che amplifica la nostra percezione a mani nude. Quindi si impara il suntukan (boxe filippina) e cioè i 14 angoli di attacco già visti con le armi, vengono studiati a mani nude con l'aggiunta di gomiti e dei gunting; il sikaran, tecniche di calcio (frontale, laterale e circolare con la tibia) e di ginocchio portati in linea media e bassa. Con i gunting si apprende una strategia fondamentale nel kali ovvero la rottura degli arti avversari sia in difesa che in attacco, con un movimento delle braccia simile ad una forbice, infatti nel dialetto tagalog gunting vuol dire appunto forbice. Da queste tecniche di rottura ne è nato il detto "rompere il dente al serpente". Durante un combattimento in genere si tende a colpire da subito la testa dell'avversario, nel kali qualsiasi cosa si ha davanti è un bersaglio da colpire, soprattutto gli arti, che rappresentano la minaccia principale, quindi mettere fuori gioco queste zone rendendole innocue (anche temporaneamente) potrebbe risultare decisivo in uno scontro. Questo perchè anche durante il combattimento con armi si tende a colpire la mano armata dell'avversario con dei colpi frustati (pitik) con la propria arma. Durante un combattimento a mani nude la strategia non cambia: con le nocche della mano o con i gomiti si tende a spaccare gli arti dell'avversario proprio come se si avesse un bastone o una lama.
Da qui si può dedurre che a mani nude il concetto stesso di attacco e difesa è molto ibrido, la linea concettuale che li divide e molto sottile, le tecniche si trasformano continuamente da attacco a difesa e viceversa che è quasi impossibile in combattimento stabilire quale siano dei due.
Un attacco lo si può deviare attraverso un wakly (tecnica che proviene dalle armi), nel caso in cui entrando a contatto con il braccio dell'avversario "si sente" la pressione del colpo, lasciandolo scorrere, assorbendone l'energia per poterla poi restituire, oppure lo si rompe con un gunting. Anche nel settore mani nude per sviluppare meglio la sensibilità si fanno esercizi di hubud lubud sui 14 angoli, e per meglio combinare gli attacchi e i gunting vengono ripresi i 10+10 bis kabisidado, fatti ovviamente a mani nude, dove ad un attacco corrisponde una difesa rappresentata da un gunting.
E' opportuno sempre ricordare che anche in tutto questo sono di fondamentale importanza i triangoli.
A questo punto possiamo confermare che il kali è un'arte marziale  percussiva che però affronta tutti gli eventuali aspetti del combattimento, quindi non ci rimane altro che affrontare l'aspetto "meno percussivo" ma non per questo meno micidiale: le trang kada e il dumog. Le trang kada sono leve articolari applicate sempre a seguito di una percussione o durante una fase corpo a corpo in cui l'avversario assume una posizione tale da poter facilmente eseguire una leva semplicemente seguendo il suo movimento. In questa fase i triangoli assumono un'importanza ancora maggiore, e la sensibilità, in questo caso di tutto il corpo, è fondamentale per la corretta esecuzione delle tecniche. Tutto ciò deve essere eseguito in maniera fluida senza opporre mai forza contro forza, è l'avversario che, in un certo senso, "guida" le tecniche che si fanno, chi le esegue deve solamente seguire i movimenti, facendo sempre molta attenzione in quanto una leva eseguita può trasformarsi subito in una leva subita e viceversa. E' in questo scenario di leve e contro-leve che si entra nella fase di dumog.
Il dumog è la lotta, sia in piedi, ma soprattutto a terra; è importante precisare che non si tratta di uno stile di "antigrappling" ma è puro e proprio grappling. Anche se l'obiettivo nel kali non è andare al suolo, ma è quello di finire il combattimento in piedi nel più breve tempo possibile, però in battaglia poteva capitare di finirci accidentalmente, e bisognava comunque sapersela cavare. E' molto simile ad altri stili di lotta a terra, come ad esempio il brazilian jiu jitsu o il sambo, segue gli stessi principi, che sono quelli della cedevolezza, l'uso del bacino, che altro non è che l'utilizzo del triangolo maschile, l'unico triangolo che possiamo eseguire a terra a causa delle evidenti limitazioni dei movimenti che abbiamo al suolo rispetto a in piedi. Ovviamente rispetto al bjj o al sambo è meno codificato e più succinto, infatti il combattimento a terra nel kali deve durare meno tempo possibile perchè durante la battaglia se si stava troppo tempo al suolo si era facili bersagli di altri guerrieri nemici. Anche a terra le percussioni sono fondamentali: oltre che a finalizzare con una leva o un'altra tecnica di sottomissione, nel dumog si da molta importanza ad avere una posizione dominante per poter meglio colpire l'avversario. Inoltre, si usano ampiamente tecniche di digito-pressione e cioè durante la lotta (sia in piedi che a terra) si tende a premere con le dita o con i gomiti i punti deboli (occhi, gola, intercostali, genitali, giunture delle articolazioni). Un aspetto che caratterizza il dumog è la lotta con l'uso delle armi, sia in piedi che a terra, infatti se si parte dal principio precedentemente affrontato che le armi sono prolungamenti degli arti è possibile effettuare le trang kada utilizzando il bastone o il coltello, oppure eseguire un leva con la mano senz'arma e percuotere con l'altra armata.
Nel kali il combattimento è "totale", in battaglia lo scopo era uccidere in breve tempo e limitare il più possibile i danni subiti, quindi un' arma viene usata in tutte le sue parti, anche la parte dell'impugnatura chiamata punyo che serve a colpire, agganciare e disarmare. Inoltre l'altra mano è sempre pronta a percuotere e controllare. Nel caso di lame, il controllo viene sempre fatto con il dorso per evitare di esporre le vene del polso ad eventuali tagli. Tutto questo assieme a tecniche di calcio, ginocchia, leve, strangolamenti, insomma non ci sono regole... se non quella di salvarsi la vita.
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